Dopo il “tutti a casa!” dell’ 8 settembre 1943
Le storie dei piroscafi Dubrovnik e Scarpanto

Ancora un episodio pressoché sconosciuto della seconda guerra mondiale che costituisce un altro tassello nella ricostruzione della nostra storia in quel drammatico periodo.
Anche in questo caso Chioggia diventa il teatro di eventi in cui storia generale e storia locale si incrociano, per cui il recupero di testimonianze e documenti può contribuire a riportare alla luce nella loro giusta dimensione fatti e misfatti su cui con troppa fretta si fece allora cadere un velo, forse per superare la pietà o ancor più per rimuovere la vergogna.
Siamo al tragico momento della svolta della guerra, dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, che viene indicato e riassunto efficacemente con il noto slogan del “Tutti a casa!”. Sono momenti di disorientamento, di scelte dolorose e, soprattutto, letteralmente di sbandamenti e fughe. Sono momenti veramente drammatici, perché per molti nostri soldati questo “Tutti a casa!” non fu affatto la fine della guerra, il ritorno alla propria famiglia, ma piuttosto l’inizio di un dramma ancor più doloroso di quello che è già la vita precaria e a rischio del soldato in guerra. Per moltissimi, infatti, proprio questo “ritorno a casa” risultò fatale, perché trovarono la morte nelle navi affondate dai bombardieri o dalle motosiluranti dell’ex alleato tedesco o finirono internati nei campi di lavoro della Germania. Nel migliore dei casi dovettero subire la condizione di “sbandati” -  così venivano chiamati i giovani che evitarono di
 
arruolarsi al servizio della Repubblica di Salò - soggetti a cicliche retate nei locali pubblici e improvvise incursioni nelle private abitazioni da parte delle SS o delle Guardie repubblichine.
L’11 settembre del 1943, proprio nella laguna di Venezia e nel mare antistante, e nella fattispecie a Chioggia, si consumò una delle situazioni più drammatiche di questa “svolta”. Sembrano concludersi senza troppe complicazioni le operazioni di rientro di centinaia e migliaia di nostri soldati e marinai impegnati nei territori dall’altra sponda dell’Adriatico – Istria e Dalmazia, quando si scatenò la vendetta dei tedeschi.
Abbiamo al riguardo il ricordo di uno di questi militari, che ci riferisce di questa fuga, Nino Eugenio Gollini, che in un dattiloscritto del 1990 ha raccontato in modo particolareggiato il suo “8 settembre”.
“Fu mentre acquistavo il gettone per la cena la sera dell’8 settembre che mi accorsi della strana atmosfera che gravava nella sala mensa sottufficiali del Comando 2^ Armata Slovenia-Dalmazia di stanza a Sussak in Jugoslavia. Un bisbigliare sommesso, visi increduli, altri eccitati da qualche cosa che ascoltavano. Era un sergente fiorentino del drappello automobilistico che parlava: la prima parola che compresi fu “armistizio”. L’ho sentito io stesso, si affannava a dire, verso le 19 per radio: l’Italia ha chiesto l’armistizio. Chi credeva e chi no, ma tutti senza vociare, consapevoli della gravità di quel momento”. […] Il giorno dopo, 9 settembre.[…] Trascorremmo la giornata imballando gli archivi e bruciando documenti riservati, senza sapere dove saremmo andati. Poi ci comunicarono che S. Pietro del Carso, nodo ferroviario importantissimo, era stato occupato dai tedeschi che prendevano e imprigionavano  i  soldati  italiani. Quindi  il  treno  era da scartare, come
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