Luigi Pagan
Una vita per“…dare al popolo da cui provengo un po’ di luce e di bellezza…”
Per gran parte dell’Italia settentrionale l’inizio del XX secolo rappresenta l’occasione di rinascita e il momento del decollo di un inedito sviluppo verso quella che verrà definita una società industrializzata, proiettata verso la modernità e un modello di libertà e di democrazia più diffuso. Altrettanto non succede per Chioggia, nonostante che, dopo l’annessione del Veneto all’Italia unita (1866), risulti forte l’attesa di un rinnovamento e non manchi il dibattito sulle scelte e direttici da seguire per imprimere una svolta epocale alla città. Sono testimonianza di questa nuova coscienza e impegno i numerosi periodici che si pubblicano tra il 1870 e i primi del ‘900, che pur da posizioni politiche e ideologiche diverse, individuano e mettono a fuoco con grande lucidità i gravi problemi della città, del suo ambiente e della sua economia. Il dibattito, però, resta prevalentemente un esercizio accademico e raramente trova concretezza in progetti di respiro. E anche quando questo avviene, come nel caso della costruzione della nuova linea ferroviaria (verso il Polesine) o dell’acquedotto, per il modo discutibile in cui vengono realizzati, non risolvono i problemi né incidono sulle prospettive di un reale sviluppo.
Così all’alba del Novecento, la situazione della città continua ad essere caratterizzata “da stagnazione e da una povertà diffusa, con una economia quasi di sussistenza nei due settori
 
portanti, la pesca e l’orticoltura, dove esisteva una proprietà estremamente parcellizzata, refrattaria all’innovazione e ancor più incapace dei necessari investimenti. Situazione aggravata da una atavica insularità, che andava ben oltre il fattore geografico e la lontananza delle grandi vie di comunicazioni […] e si perpetuava anche come una tara di tipo culturale, in un contesto di concentrazione abitativa con tassi di densità tra i maggiori del mondo, racchiusa in spazi strettissimi nei due centri storici di Chioggia e Sottomarina, in condizioni igieniche, lontane dalle più elementari norme igieniche e quindi a rischio malattie ed epidemie. […] Per spiegare le cause di questo stato di cose basterà ricordare l’analisi fatta da un periodico dell’epoca “Chioggia nova” che nel 1906 le elencava in quest’ordine: assenza di iniziativa industriale, basso livello del ceto intellettuale, diffuso analfabetismo, ignoranza, corruzione elettorale, grettezza di molti, scetticismo per qualunque idealità, errato concetto di modernità e di politica e opportunismo sfacciato”. (S. RAVAGNAN, Storia popolare di Chioggia, Chioggia, 2004).
In questo contesto di precarietà e miseria alquanto desolante e senza apparenti vie d’uscita interviene a inferire il colpo di grazia la Prima Guerra mondiale, nel corso della quale, proprio per la sua collocazione geografica, soprattutto dopo la ritirata di Caporetto, Chioggia si trova a fungere da immediata retroguardia del fronte, con tutte le conseguenze dirette e indirette che ciò comporta oltre che alla popolazione, anche alle attività della pesca e dell’orticoltura. Una crisi in un tessuto socio-economico già critico, che produce nell’immediato dopoguerra la fuga verso altri lidi di forze attive importanti: non solo appartenenti al ceto medio-borghese ma anche e soprattutto carpentieri e marinai, da sempre

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