LE ISTITUZIONI CARITATIVE A CHIOGGIA TRA ‘800 E ‘900
Tratto da una ricerca realizzata nel 1994 per la positio del Servo di Dio Padre Raimondo Calcagno.

CHIOGGIA E LE SUE POVERTÀ
Non so se Chioggia abbia scontato nel passato una situazione generalizzata di povertà e miseria, in forma maggiore o minore di altre realtà. Certo è che a rileggerne la storia, anche in modo sommario, ci si trova innegabilmente di fronte ad alcune costanti di questo segno, che si perpetuano in termini sempre uguali oltre i secoli e le mutate vicende politiche, fino almeno al 2° dopoguerra.
Le condizioni di precarietà del lavoro più tipico e diffuso, quello della pesca - che esponeva per modalità e i mezzi con cui avveniva, ad un persistente pericolo della vita stessa, con tutte le conseguenze d’ogni ordine, economico e morale, che ciò poteva comportare agli interessati e alle famiglie coinvolte - non potevano non incidere nel modo di essere collettivo in un tessuto urbano caratterizzato da una altissima densità demografica superaffollata. Riproducendo e ingigantendo fenomeni atipici di segno più disparato che finiscono poi per segnare le stesse peculiarità e i caratteri.
Senza dilungarsi troppo in analisi che richiederebbero ben altro tempo e spazio, per porre una necessaria premessa alle note successive, credo basterà registrare dei brevi documenti flash


 
molto eloquenti, nella loro diacronicità: utili soprattutto per comprendere e giustificare il perché di tante scelte, interventi e presenze significative al riguardo.
Se si scorrono le relazioni dei Podestà di Chioggia al Senato della Serenissima, tra il 1500 ed il 1700, ci si imbatte con una certa frequenza in descrizioni di questo genere.
Francesco Tagliapietra nel 1559 scrive: “I pescatori sono infiniti, ma molto miserabili, gran parte di loro [...][1] [...] la voglia essere contenta di riguardarla [Chioggia] con l’occhio della carità cristiana di provvedere a queste tante rovine[2] .
Francesco Bragadin nel 1561 dopo aver precisato che sono più che poveri “anzi in estremo bisogno”, spiega: “[...] dal mancamento di tali homeni, che sono il sostentamento delle lor famiglie ne causa la miseria e total ruina di esse famiglie, quali per la loro extrema povertà non hanno dove altro ripararsi che sopra la nuda paglia, cosa invero miserabile et di grandissima  pietà  a  chi  la vede con il che facendo fine alla buona gratia[3]
E’ una penosa e noiosa litania che ritroviamo fino alla fine del ‘700, quando Ottavio Trento nel 1783 scrive: “Un popolo numeroso di oltre trentamila persone, la maggior parte rozzo e indisciplinato; la sua miseria, la costituzione di quel distretto, formano un argomento di continuo incessante pensiero a quel Rettore [...][4] "è poi desiderabile che nell’attuale rozzezza e poca subordinazione di quella gente al voler delle leggi, s’introduca qualche coltura, prendi migliore forma l’educazione e il costume, tanto necessaria al ben essere delle famiglie e degli individui e alla pubblica tranquillità[5] .
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